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UN GRANDE PROGETTO PER ROMA CAPITALE
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Giancarlo Sapio* e Giovanni Paolo Tesei**

Il 20 settembre 1870 le truppe piemontesi entrarono in Roma dopo una breve battaglia con l’esercito pontificio. Cadeva così l’ultimo ostacolo all’unificazione dell’Italia e quello stesso giorno aveva termine il millenario potere temporale dei Papi.

I preparativi per l’occupazione della città erano iniziati i primi di settembre nella pianura attraversata dalla Via Nomentana, antistante il tratto orientale delle Mura Aureliane. L’assalto decisivo avvenne alle cinque del mattino del giorno venti. Dopo qualche ora di cannoneggiamento i Pontifici si arresero e i Piemontesi entrarono in città attraverso una “breccia” che le granate avevano aperto nelle mura tra Porta Pia e Porta Salaria.

Da quel momento in poi gli avvenimenti si susseguirono rapidamente in una Roma  caotica e festosa che sembrava essersi risvegliata dopo un lungo letargo. Il 23 settembre si insediò una Giunta di Governo composta da 18 membri e presieduta da Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta. Il 30 settembre la Giunta approvò la seguente delibera: “E’ istituita una commissione di Architetti-Ingegneri la quale si occupi dei problemi di ampliazione e abbellimenti della città per poi sottoporli all’approvazione della Giunta Municipale. Sua prima cura sarà di studiare i progetti più urgenti di ampliazione. La commissione è composta dai signori Camporesi, Vespignani, Fontana, Bianchi, Jannetti, Carnevali, Viviani, Partini, Trevellini, Cipolla, Mercandetti”. Nei giorni seguenti Vespignani, Fontana e Trevellini si dimisero e furono sostituiti da Rosa, Gabet e Amadei.

Un mese dopo la Commissione fornì le prime indicazioni di massima sulla futura espansione di Roma, sull’ampliamento della rete viaria urbana e sulla riqualificazione di alcune parti della città vecchia. A questa prima Commissione, scioltasi qualche mese dopo, ne seguirono altre due, incaricate di “esaminare i piani di ingrandimento e di abbellimento della Città di Roma e di proporre il Piano Regolatore definitivo della città”.

Tra i membri di queste commissioni figuravano celebri Ingegneri ed Architetti di quell’epoca e alcuni di loro, in quello stesso periodo, aderirono ad un sodalizio culturale denominato “Circolo Tecnico d’Ingegneri, Architetti ed Agronomi”, che nacque ufficialmente il 1° gennaio 1871 per iniziativa del Commendatore Ing. Alessandro Betocchi e venne presieduto dal Principe Ing. Don Emanuele Ruspoli.

Da questo sodalizio, il primo di Roma Capitale, che nel corso degli anni ha cambiato più volte denominazione (Circolo, Collegio, Società, Unione), ha avuto origine l’attuale URIA - Unione Romana Ingegneri Architetti – costituitasi in maniera definitiva nel 1948, la quale, in questi centoquarant’anni, ha partecipato attivamente e costruttivamente al dibattito sull’evoluzione e sulla trasformazione della città.

 

Il 2 ottobre si tenne il plebiscito che sancì l’unificazione di Roma all’Italia. Si iniziò poi a ripulire e a rendere più presentabile la città per l’imminente arrivo di Vittorio Emanuele II, primo re dell’Italia unita, il quale non era mai stato a Roma prima di allora. L’arrivo di Vittorio Emanuele II nella futura capitale coincise con una disastrosa piena del Tevere che allagò, come di consueto, tutta la città bassa, da Campomarzio a Piazza Navona, da Piazza Colonna al Pantheon, dalla Minerva a Campo de’ Fiori, fino ai vicoli del rione Regola e al Ghetto degli Ebrei. Roma non era nuova a simili avvenimenti, che si ripetevano ormai da secoli anche due o tre volte all’anno e in quell’occasione, il 31 dicembre del 1870, Vittorio Emanuele portò ai cittadini conforto e solidarietà.

La legge 3 febbraio 1871 n. 33 stabilì il trasferimento della capitale del Regno d’Italia da Firenze a Roma, da effettuare entro sei mesi. La città era del tutto impreparata ad un simile avvenimento e delle enormi difficoltà che in così breve tempo si sarebbero dovute affrontare, nessuno parve accorgersi.

La Roma del 1870 era economicamente e culturalmente molto arretrata rispetto ad altre città italiane (soprattutto del settentrione) ed era scarsamente abitata. La popolazione era di circa 226.000 abitanti, poco più di quelli di Torino o di Milano o di Palermo, la metà di quelli di Napoli. La città era rimasta pressoché immutata negli ultimi due secoli e gran parte del territorio racchiuso dalle mura (circa i due terzi) era aperta campagna, con vigne, orti e prati tenuti a pascolo, dove sorgevano maestosi i ruderi dell’antichità. La parte edificata della città era a nord-ovest e a ovest, in gran parte compresa nell’ansa del Tevere tra il Mausoleo di Augusto e l’Isola Tiberina. Chi entrava a Roma da Porta Flaminia si trovava subito in una città fittamente costruita, mentre i viaggiatori che provenivano dal sud e facevano il loro ingresso dalle porte S. Giovanni, S Sebastiano, S. Paolo, dovevano percorrere un lungo tratto di campagna disabitata prima di giungere al mercato di Campo Vaccino o alle prime case del rione Monti.

L’espansione di Roma, che aveva assunto l’importante ruolo di Capitale del Regno, doveva avvenire nel più breve tempo possibile, soprattutto per consentire a migliaia di impiegati e funzionari dello Stato di stabilirsi in gran fretta negli uffici della Pubblica Amministrazione e di mettere in moto la complessa  macchina amministrativa che avrebbe dovuto far funzionare il Paese. Per fronteggiare questa emergenza si cominciò ad espropriare edifici privati, appartenenti in prevalenza ad ordini religiosi, per trasformarli in uffici pubblici e ministeri.